Archivi: aprile 2010

Mondadori: bilancio in attivo ma giornalisti in pensione

di Aldo

20 aprile 2010

MONDADORI: Bilancio in attivo ma manda in pensione i giornalisti

L’editoria è in crisi e i consigli d’amministrazione prendono decisioni con i paraocchi: invece che smantellare vecchie strutture per sostituirle con mezzi più “leggeri” e adatti ai tempi e alla velocità con cui cammina l’informazione, praticano l’unica strada che conoscono: tagli ai giornalisti, che non vuol dire affatto che abbiano deciso di affettarli (ehehehe), ma di mandarli in pensione prima del previsto (e magari sostituirli con collaborazioni esterne) questo sì.

E’ una tendenza italica ed europea: pensate – solo per fare un esempio – che quando passai per Santo Domingo tre anni or sono, trovai amici che erano stati presi in carico dalla diplomazia italiana ed Europea. In pratica, poiché si era scoperto che i servizi di manutenzione dei computer delle Ambasciate e Consolati italiani ed europei erano in mano ad organizzazioni del luogo porgendo il fianco alle “visite” sui nostri files “sensibili”, con pericolo di spionaggio, si era stabilito di sostituire questa struttura con una forza lavoro scelta tra i nostri giovani. Si fecero concorsi, si selezionò personale qualificato, lo si addestrò e lo mandarono nelle nostre sedi diplomatiche in giro per il mondo.

L’anno scorso i nostri consolati e quelli della Commissione Europea convocarono i sindacalisti a Bruxelles e proposero di incorporare le varie sedi per la manutenzione, per fare un esempio l’ingegnere della Commissione Europea che era stato messo a Santo Domingo doveva accettare di fare la manutenzione anche a Cuba, Salvador, Nicaragua et similia (cito a caso, non ricordo esattamente i paesi ma il senso è quello) praticamente uno che era venuto pacificamente a fare la manutenzione dei computer in un paese relativamente pacifico poi doveva mettersi gli anfibi e andare in zone di guerra…

Incassato un deciso no dai sindacati, le sedi diplomatiche hanno deciso che alla fine dei contratti triennali, vanno tutti a casa e il servizio di manutenzione delle reti informatiche viene affidato DI NUOVO a strutture locali. Capito lo spreco di risorse umane ed economiche?

Bene, allo stesso modo folle e fuori da ogni logica imprenditoriale, società editoriali col rosso in bilancio hanno chiesto lo stato di crisi. Vogliono soldi dallo Stato, cioè dal governo al quale metterà in mano un cappio sempre più grosso da far girare al proprio collo.

Qui l’aggravante è che lo stato di crisi lo ha chiesto pure la Mondadori, proprietà Fininvest e cioè del nostro amato pre$idente del Con$iglio che ha prontamente accordato la ridefinizione degli organici anche se Mondadori non ha affatto chiuso in rosso i propri bilanci, anzi…

Sicuramente Berlusconi, al momento della firma dev’essere uscito dalla stanza come aveva promesso per superare il voluminoso conflitto d’interessi che ammanta la sua gestione.

Però i dubbi rimangono.

O no?

ALDO VINCENT
www.giornalismi.info/aldovincent

In Iran non basta essere testimoni oculari

di Aldo

12 aprile 2010

Come successe che non feci più il gelato a Teheran:

poi invecchi e ti accorgi che ti sono rimasti tanti ricordi e pochi progetti. Sarà, ma non è questa la ragione che mi fa rimettere on line il diario del mio soggiorno a Teheran e i miei viaggi in Iran e dintorni. Succede che più tempo passa e più le notizie che ci immergono e che ogni giorno ci parlano dell’Iran, a poco a poco dentro l’immaginario collettivo in questo mondo virtuale, si delineano contorni sinistri per descrivere l’Iran, che per noi è un’etichetta che mettiamo al cassetto della nostra mente, dove abbiamo raccolto concetti come, nucleare, bombe, distruzione di massa, stato canaglia, minaccia, terrorismo et similia, dimenticando che oltre che un presidente fanatico, oltre a dirigenti tutti protesi a mantenere il loro potere, poi c’è un popolo antico, meraviglioso, fiero e gentile, gente che discende dagli antichi Persiani, la culla di tutta la nostra civiltà…

Ecco, lo so. Ora se questa noterella cade sotto gli occhi di quell’emerito Coglione che mi accusò recentemente di fare propaganda al terrorismo parlando dell’Iran, gli prende un colpo. Meglio così, io ho una sola aspirazione, che scrivendo le cose che scrivo, certa gente, Quella Gente, dalla stizza e dallo sdegno cada all’indietro, stecchita!

A voi invece, raccomando, se avete un minuto di guardare la splendida Teheran, con i miei occhi.

Poi continuate a mantenere le vostre idee in proposito, non è mai capitato che un diario di viaggio abbia fatto cambiare idee politiche a chicchessia. Ma quando sarà venuto il momento di bombardare questo gioiello architettonico, culturale ed etnico, ecco, vorrei che vi tornassero in mente queste note e vi facessero esitare…. almeno per un minuto.

HO DECISO DI POSTARNE UN PAIO ALLA SETTIMANA, PER NON STANCARVI.

UNA SPECIE DI REPORTAGE ANDATO A MALE…

Perche’ non faccio piu’ il gelato

Mi hanno chiesto di scrivere un commento sull’attuale situazione in Iran.

Certo, chiedere ad un gelataio la sua opinione sulla politica iraniana è un po’ come scendere dal carrozziere e chiedergli il fixing del dollaro. Forse la confusione nasce dal fatto che ho passato qualche tempo in Iran ed ho chiesto il permesso di soggiorno per lavoro; ecco che essere stato da quelle parti farebbe di me un testimone attendibile.

Nulla di piu’ fuorviante. Andatevi a rileggere il Marco Polo e vedrete quante puttanate ha scritto pure quel titolato testimone delle cose cinesi.

Vi racconto solo due episodi, tanto per capirci.

Sceso dall’aereo a Teheran, i funzionari dell’Ambasciata (greca) che mi hanno accolto, per prima cosa mi hanno fatto le condoglianze per la morte del Papa.

E’ morto il Papa? Loro lo sapevano ed io no.

Era venerdì, giorno di festa, e mi hanno portato un po’ in giro. Ogni persona che incontravo, ci facevamo le condoglianze.

Accidenti, dico io, questi sono proprio attenti alle cose nostre!! Invece di un equivoco si trattava perchè le condoglianze LE FACEVAMO NOI A LORO perche’ – coincidenza – era morto un Ayatollah molto venerato. Quando mi spiegano le cose, siamo in fila davanti ad una casa con un enorme drappo nero sulla facciata.

Accidenti, penso tra di me. Mi tocchera’ presenziare ad un rito funebre. Entriamo in fila ed in silenzio, le donne con lo chador, gli uomini fumano con gli occhi bassi.

Saliamo lentamente tre rampe di scale e dopo mezz’ora finalmente siamo davanti ad una porta dove un uomo in smoking ci chiede se abbiamo prenotato.

ERA UN RISTORANTE e lo avevo scambiato per un funerale.

Secondo episodio:

Andiamo in un elegante centro commerciale dove il mio accompagnatore vuole farsi riparare costosissimi occhiali Armani che non valgono la spesa. C’e’ da aspettare ed io approfitto per dare un’occhiata in giro. Vedo una folla accalcata e mi trovo davanti all’inaugurazione di una splendida gioielleria. Scicchissima. Tutta bordata di nero, i gioielli risaltano come stelle in cielo. Fiori profumatissimi e gente sorridente accetta dolcetti che il personale offre passando tra gli invitati. Sono imbarazzato, ma con un sorriso mi invitano a servirmi. I dolci sono buonissimi, alcuni a base di zafferano, altri sono frutti canditi ricoperti di cioccolato. Ne prendo tre e li porto ai miei amici. Poi, ritorno alla festa.

Musica e sorrisi e mi offrono altri canditi. Ne gusto alcuni e altri li prendo per i miei amici. Lo so, è da cafone, ma non ci bado.

Il mio accompagnatore termina le sue faccende e mi chiede dove si svolge la festa. Lo porto fino la’. Accidenti, mi dice, si tratta del funerale del titolare del negozio.

Questa volta ho scambiato il funerale per un’inaugurazione.

Questo per dire quanto contano i testimoni oculari.

ALDO VINCENT
www.giornalismi.info/aldovincent

Le nostre scelte alimentari possono salvare il pianeta

di Aldo

10 aprile 2010

Sediamoci a tavola con il resto del mondo…

La prossima volta che ti siedi a tavola, immagina che insieme a te siedano altri nove commensali e che insieme rappresentiate tutta la popolazione del pianeta. Organizzati per nazioni, due sono cinesi, due indiani e un quinto rappresenta tutti gli altri paesi dell’Asia nordorientale, meridionale e centrale. Il sesto rappresenta le nazioni del Sudest asiatico e dell’Oceania. Il settimo l’Africa subsahariana e l’ottavo il resto dell’Africa e del Medio Oriente. Il nono rappresenta l’America meridionale, centrale e settentrionale. L’ultimo posto è occupato dall’europeo.

Se distribuiamo i posti in base alla lingua madre, solo chi parla cinese avrebbe un rappresentante. Anglofoní e ispanofoni messi insieme dovrebbero condividere una sedia.

Organizzati in base alla religione, tre sono cristiani, due musulmani e tre praticano il buddismo, le religioni tradizionali cinesi o l’induismo. Altri due appartengono a tradizioni religiose ancora diverse o non si identificano in nessuna religione.

(La comunità ebraica, alla quale appartengo io, che è più piccola del margine d’errore del censimento cinese, non riuscirebbe a piazzare su una sedia neppure una mezza chiappa.)

Se disposti in base all’alimentazione, una persona è affamata e due sono obese.` Più della metà segue una dieta prevalentemente vegetariana, ma il loro numero si sta assottigliando.

Vegani e vegetariani stretti hanno a malapena un posto.” E più di metà delle volte in cui ti servi di uova, pollo o maiale, i prodotti che acquisti provengono da allevamenti industriali.” Se la tendenza attuale continuasse per un’altra ventina d’anni, lo sarebbe anche la carne di manzo e di montone.

Gli Stati Uniti non si avvicinano neppure a conquistare una sedia se i posti a tavola sono organizzati su base demografica, ma avrebbero dai due ai tre posti se i commensali fossero collocati in base alla quantità di cibo che consumano. Nessuno ama mangiare nelle quantità in cui mangiamo noi, e quando cambia il nostro modo di mangiare, cambia il mondo.

Mi sono limitato a discutere prevalentemente di come le nostre scelte alimentari incidano sull’ecologia del pianeta e sulla vita degli animali, ma avrei potuto altrettanto facilmente costruire l’intero libro sulla salute pubblica, i diritti dei lavoratori, il declino delle comunità rurali o la povertà globale, tutte cose su cui l’industria zootecnica ha un impatto pesante. L’agroindustria non è, ovviamente, la causa di tutti i problemi del mondo, ma è incredibile con quanti interferisca. Ed è altrettanto incredibile, e del tutto improbabile, che persone come te e me possano avere una concreta influenza su di essa. Ma nessuno può mettere seriamente in dubbio l’influenza dei consumatori sulle pratiche agricole globali.

Mi rendo conto che mi sto avvicinando pericolosamente a prospettare l’idea curiosa che ciascun individuo può fare la differenza. La realtà è naturalmente più complicata. In quanto «mangiatore solitario», le tue decisioni, in sé e per sé, non hanno alcun impatto sull’agroindustria. Detto questo, a meno di procurarti il cibo in segreto e di consumarlo nel tuo sgabuzzino, non mangi da solo. Noi mangiamo in quanto figli e figlie, in quanto famiglie, in quanto comunità, in quanto generazioni, in quanto nazioni e sempre più in quanto pianeta. Non possiamo evitare, nutrendoci, di irradiare un’influenza anche nostro malgrado.

Come chiunque sia stato vegetariano per un certo numero di anni potrà dírti, l’influenza che questa semplice scelta alimentare ha su quello che mangiano gli altri intorno a te può essere sorprendente. La National Restaurant Association, l’organismo che rappresenta i ristoratori americani, ha raccomandato a tutti i ristoranti di servire almeno un piatto vegetariano. Perché? Semplice: secondo i loro sondaggi più di un terzo degli operatori ha visto aumentare la domanda di pasti vegetariani.” Un’importante rivista di settore, il « Nation’s Restaurant News », consiglia di « aggiungere piatti vegetariani o vegani al menu. I piatti vegetariani, oltre a essere meno costosi [...], mitigano anche l’effetto veto. Solitamente, se c’è un vegano nella compagnia, si sceglie dove mangiare in base a questo ».3` Si spendono milioni su milioni di dollari in pubblicità solo per assicurarsi che vediamo persone bere latte o mangiare una bistecca nei film, e se ne spendono ancora di più per assicurarsi che quando ho una bibita in mano, si riesca a dire (probabilmente da una certa distanza) se sia una Coca o una Pepsi. La National Restaurant Association non fa raccomandazioni e le multinazionali non spendono milioni di dollari per la pubblicità dei prodotti per metterci a nostro agio sull’impatto che esercitiamo su chi ci circonda. Semplicemente riconoscono il fatto che mangiare è un atto sociale.

Quando alziamo la forchetta, diciamo da che parte stiamo. Ci mettiamo in un determinato rapporto con gli animali d’allevamento, con i lavoratori del comparto zootecnico, con l’economia nazionale e con il mercato globale. Non prendere una decisione – mangiare « come tutti gli altri » – vuol dire prendere la decisione più facile, cosa che è sempre più problematica. Senza dubbio, quasi ovunque e in quasi ogni epoca decidere una dieta senza decidere – ossia mangiare come tutti gli altri – era probabilmente un’ottima idea. Oggi mangiare come tutti gli altri vuol dire aggiungere una goccia nel vaso. Può non essere quella che lo farà traboccare, ma sarà un atto che si ripeterà ogni giorno della nostra vita, e ogni giorno della vita dei nostri figli e dei figli dei nostri figli…

La disposizione dei posti e le portate alla tavola globale alla quale tutti mangiamo cambiano. I due cinesi alla nostra tavola hanno nel piatto quattro volte la carne che avevano pochi decenni fa, ed è una quantità in costante crescita.” Nel frattempo i due commensali che non hanno acqua pulita tengono gli occhi fissi sulla Cina. Oggi i prodotti animali costituiscono solo il sedici per cento della dieta cinese, ma l’allevamento incide per più del cinquanta per cento sul consumo di acqua della Cina, e in una fase in cui la penuria idrica del paese è già causa di preoccupazione globale.` Il disperato che non riesce a trovare cibo a sufficienza avrebbe motivo di preoccuparsi anche di più per la direzione presa da quasi tutto il mondo verso un consumo di carne « all’americana », che riduce ulteriormente la disponibilità dei cereali su cui conta per vivere. Più carne significa maggiore domanda di cereali e più mani a contenderseli. Nel 2050 il bestiame nel mondo consumerà cibo come quattro miliardi di persone.” Le proiezioni fanno pensare che da una persona che soffre la fame alla nostra tavola si possa facilmente passare a due (le persone che soffrono la fame aumentano di duecentosettantamila unità al giorno),” cosa che accadrà quasi di certo, mentre gli obesi guadagneranno un’altra sedia.” E fin troppo facile immaginare un prossimo futuro in cui la maggioranza delle sedie della tavola globale sarà occupata da persone obese o malnutrite.

Ma non è detto che vada così. Il motivo migliore per credere che potrebbe esserci un futuro migliore è che sappiamo esattamente quanto potrebbe essere brutto il futuro.

Dal punto di vista razionale, l’allevamento industriale è palesemente sbagliato, e sotto molti punti di vista. Con tutte le mie letture e conversazioni, devo ancora trovargli una difesa credibile. Ma il cibo non è razionale. Il cibo è cultura, abitudine e identità. Per alcuni l’irrazionalità porta a una specie di rassegnazione. Le scelte alimentari vengono accostate alle scelte sulla moda e alle preferenze nello stile di vita: non rispondono a giudizi su come dovremmo vivere. E sono d’accordo sul fatto che la confusione sul cibo, i significati quasi infiniti che genera, rendono la questione dell’alimentazione, in particolare per quanto riguarda i prodotti animali, incredibilmente snervante. Alcuni attivisti con cui ho parlato erano parecchio perplessi e frustrati dalla cesura tra chiarezza di pensiero e scelte alimentari della gente. Condivido, ma mi chiedo anche se sia proprio l’irrazionalità del cibo a essere la scomessa più grande.

II cibo non è mai mero calcolo sul tipo di dieta che comporta un consumo minore d’acqua o causa meno sofferenze. Ed è su questo, forse, che si basano le nostre maggiori speranze di motivare noi stessi a cambiare. In parte l’allevamento industriale esige la soppressione delle nostre coscienze a favore della bramosia. Ma su un altro piano, la capacità di rifiutarlo può essere esattamente ciò che desideriamo di più.

La disfatta dell’allevamento intensivo non è, mi sono convinto, solo un problema di ignoranza; non è, come dicono gli attivisti, un problema nato perché « la gente non conosce i fatti ». Chiaramente questa è una concausa. Ho riempito questo libro di un’enorme quantità di fatti, perché sono un punto di partenza indispensabile. E ho presentato le nostre conoscenze scientifiche sull’eredità che stiamo lasciando con le nostre scelte alimentari quotidiane perché anche questa è una cosa di somma importanza. Non sto dicendo che la ragione non debba guidarci in molti aspetti importanti, ma il semplice fatto di essere umani, di comportarci in modo umano, è più che un esercizio della ragione. Reagire esige una capacità di attenzione che va al di là delle informazioni e al di là delle contrapposizioni tra ragione e desiderio, fatto e mito, e persino umano e animale.

L’allevamento intensivo cesserà prima o poi per via della sua assurdità economica. E completamente insostenibile. La terra finirà per scuoterselo via di dosso come un cane si scuote via le pulci; resta da vedere se finiremo scossi via anche noi.

Riflettere sul consumo di animali, specie in pubblico, scatena nel mondo forze inattese. Ha una pregnanza come poche altre azioni. Da un certo punto di vista, la carne è solo un’altra cosa che consumiamo e conta come il consumo di tovaglioli di carta o di SUV, in una certa misura. Provate a cambiare marca di tovagliolini al Ringraziamento, anche in tono enfatico, tenendo una concione sull’immoralità di quella certa marca, e vi sarà difficile convincere qualcuno. Sollevate invece la questione di un Ringraziamento vegetariano c non avrete problemi a stimolare opinioni forti, come minimo. Chiedersi se mangiare o meno gli animali tocca corde che risuonano nel profondo di noi – la nostra idea di noi stessi, le nostre memorie, i nostri desideri e i nostri valori. Si tratta di risonanze potenzialmente controverse, potenzialmente minacciose, potenzialmente ispiratrici, ma sempre cariche di significato. Il cibo importa e gli animali importano e mangiare gli animali importa ancora di più. La questione del consumo di carne è in definitiva guidata dalle nostre intuizioni su ciò che significa raggiungere un ideale che abbiamo chiamato, forse in modo incoerente, «essere umano».

Tratto da: “Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?” (Guanda – collana Biblioteca della Fenice) 2010 di JONATHAN SAFRAN FOER