Sembra arrivato il momento per la Chiesa italiana di fare i conti con l’Unione Europea. Il nostro paese è finito sottoprocesso per i vantaggi fiscali concessi alla Chiesa cattolica. Uno su tutti l’esenzione del pagamento dell’Ici per le attività commerciali della chiesa. Tutto ciò, nonostante Benedetto XVI e i vescovi avessero dichiarato ‘Non ci interessano i privilegi fiscali’ all’epoca dei decreti Bersani. La storia ormai ha 15 anni. L’esenzione dall’Ici è stata introdotta nel ’92, poi bocciata da una sentenza della Consulta nel 2004, reintrodotta da Berlusconi nel 2005 con un decreto (poi decaduto) e nuovamente recuperata dalla Finanziaria del 2006. In teoria, ora dovrebbe essere stata abolita dai decreti Bersani, ma nella realtà così non è. Ancora oggi, infatti, sono molti gli enti ecclesiastici che continuano a non pagare l’Ici sugli immobili commerciali grazie ad un cavillo introdotto nel decreto governativo, e votato da un’ampissima maggioranza, che estende il privilegio a tutte le attività ‘non esclusivamente commerciali’. In questo modo la Chiesa cattolica versa allo stato italiano solo il 5-10 per cento del dovuto, con una perdita per l’erario quantificabile intorno ai 400 milioni di euro ogni anno (senza tenere conto degli arretrati). Queste manovre tutte italiane non sono, però piaciute all’Unione Europea che ha chiesto spiegazioni al nostro governo. Prodi dovrà fornire un quadro generale dei favori fiscali concessi alla Chiesa cattolica, oltre a quella dell’Ici. A segnalare l’anomalia all’autorità europea ci hanno pensato due avvocati vicini ai radicali, Alessandro Nucara e Carlo Pontesilli, ormai paladini dell’orgoglio laico. Anche questa volta abbiamo perso l’occasione per smentire i luoghi comuni sul nostro conto e cercare di risalire quella classifica che ci vede agli ultimi posti sia per l’applicazione delle norme sulla concorrenza sia per la trasparenza fiscale (per non parlare di monopoli, privilegi ecc).
Un’insegnante di Palermo rischia due anni di carcere per avere punito un ragazzino di seconda media facendogli scrivere sul quaderno cento volte la frase ‘sono un deficiente’. Ma i genitori del ragazzo non hanno apprezzato il tentativo educativo della maestra e l’hanno denunciata. A rendere nota la vicenda è stato ‘Il Giornale di Sicilia’qualche giorno fa. Il ragazzino, dodicenne, aveva impedito ad un coetaneo di entrare nel bagno dei maschi apostrofandolo con frasi del tipo “tu non puoi entrare, sei gay, sei femmina…”. Dopo avere risposto a tono all’insegnate, il padre, si è rivolto ai carabinieri. Il pm Ambrogio Cartosio ha così chiesto la condanna dell’insegnante 56enne a due mesi di carcere, pena poi sospesa, per abuso di mezzi di correzione. Dopo 30 anni di insegnamento la professoressa vede messo in discussione il proprio lavoro, solo per avere punito, con una frase dai toni di certo non apprezzabili, un ragazzetto indisciplinato e molto scortese. Magari un ‘non rispetto gli altri’ o ‘mi sono comportato in modo scorretto’ avrebbero sortito un effetto diverso sui suscettibili genitori. O, comunque, avrebbero risparmiato ai posteri l’umiliante figura di un giovinetto considerato ‘il leader’ dai compagni di classe che a dodici anni non sa neanche scrivere la parola ‘deficiente’. L’alunno oltre ad essere ‘molto vivace’, infatti, sembra non conoscere a fondo le nozioni di ortografia, per cento volte la parola ‘deficiente’ è stata scritta omettendo la lettera «i».
Se qualcuno ha un commento in merito non esiti ad esprimerlo.
“…né piú nel cor mi parlerà lo spirto delle vergini Muse e dell’amore, unico spirto a mia vita raminga, qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso che distingua le mie dalle infinite ossa che in terra e in mar semina morte?”
Dopo essere stato definito dall’emerito Emilio Fede ‘un vecchio alcolizzato’, e dopo un anno preciso dal suo arresto, Vittorio Emanuele di Savoia torna a far parlare di sé. E lo fa senza mezzi termini. Alla giornalista della Repubblica, che lo ha intervistato, il ‘principe’ ha confidato di avere ricevuto ben 600 lettere da parte di cittadini italiani consci della sua buona fede e del marciume che si annida nella giustizia italiana. Vittorio Emanuele ha voluto precisare che la lettura delle liete missive (“Niente insulti. Dicevano tutti la stessa cosa: siamo con lei. Tenga duro”) è stata fatta durante i difficili giorni degli arresti domiciliari “a Roma in quell’appartamento buio”. Non sarà molto felice di queste dichiarazioni il caro amico del Principe che gli ha messo a disposizione la sua casa - il buio covo, la tenebrosa caverna, il loculo misterioso – in via Ruggero Bacone 3, pieno quartiere Parioli (noto ahimè per il suo animo operaio e per le basse costruzioni industriali), rischiando una svalutazione immobiliare. L’intervista è proseguita con domande incalzanti e, a volte, anche taglienti. Alla domanda sui rapporti con la moglie, la giornalista ha citato una frase in cui il principe, parlando di prostitute, avrebbe dichiarato “sono cacciatore e ogni tanto mi piace sparare”. Per niente spaventato da questa citazione, l’erede della gloriosa casata dei Savoia, ha declamato le doti della moglie, sensibile a tal punto da capire che quelle dichiarazioni non erano vere, erano solo “scempiaggini al telefono”. In fondo, “gli amici, i maschi, sono tutti goliardi”. E si divertono a farsi passare per chi non disdegna le ‘belle di notte’. Un fregio veramente immancabile, da apporre assolutamente vicino allo stemma dell’ordine cavalleresco di San Maurizio e Lazzaro, sul bavero della giacca. Ma il culmine dell’intervista non può che essere considerata la richiesta di un gesto che proclami l’immortalità del ‘sommo principe’. Il ‘Foscolo de noatri’ rivendica il diritto di avere una via a lui intitolata in quel di Potenza, dal momento che “era una città che non conosceva nessuno. L’ho lanciata io”, rassicurando le casse comunali con un “La targa la pago io”, precisazione pressoché indispensabile. E quando la cara principessa Marina Doria percorrerà la via che porta alla prigione di Potenza non potrà non pensare a quanto siano goliardici e furbacchioni questi maschietti.
Un altro importante contributo. L’intervista all’On. Selva durante il Family Day
“Vergognoso, irresponsabile e indegno”. E’ questo il velato commento del ministro della Salute Livia Turco in merito al finto malore del senatore di An, Gustavo Selva. Per raggiungere gli studi de La7, in tempo per la trasmissione, l’ottantenne senatore, ha sfruttato un espediente molto simpatico, “un trucco da vecchio giornalista”, come candidamente ha fatto sapere in diretta televisiva. Ha chiamato un ambulanza e si è fatto trasportare in Via Nogaro, dal suo presunto cardiologo, in realtà la sede de La7. Ma che colpa ne aveva lui se tutto il centro di Roma era bloccato a causa della presenza del Presidente americano Bush? Dopo avere cercato di convincere gli agenti di Polizia a lasciarlo passare e non essendo riuscito nel suo intento, l’onorevole non ha avuto altra scelta che cercare strade alternative. Ed è in quel momento che ha avuto il colpo di genio del finto malore. Non poteva certo giungere in ritardo ad un importante dibattito televisivo. Peccato che non sia stato colto da un colpo di genio anche quando ha dichiarato vanesio di avere aggirato il blocco con questo trucchetto. Ora, nel caso in cui la vicenda venisse confermata dal 118, rischia “un esposto alla procura della Repubblica per tutti i reati che si possono configurare e per richiesta danni“, ha tuonato il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. Ma la cosa che rimarrà impressa nella mente collettiva e che farà discutere per mesi gli avventori di ogni bar dello stivale, è l’intervento incredibilmente a proposito e condivisibile dell’onorevoleCalderoni “Un gesto sconsiderato. E’ chiaro che non si deve mai augurare del male a nessuno ma nel caso di Selva forse la legge del contrappasso non ci starebbe poi così male. Non vorrei cioè che il giorno in cui lui si dovesse sentire male sul serio, l’ambulanza che potrebbe salvarlo fosse impiegata per trasportare il politico di turno, esattamente come ha fatto lui ieri“. Selva è riuscito là dove tanti prima di lui hanno inesorabilmente fallito.